Cassazione penale: chiariti i limiti di applicazione dell’art. 4 dello statuto dei lavoratori

Controllo a distanza dei lavoratori: esclusa la configurabilità del reato per violazione dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori in presenza di determinate condizioni.



Con la recente Sentenza 3255/2021, la Corte di Cassazione, sezione penale, ha statuito, in relazione alla disciplina dei controlli a distanza sull’attività lavorativa, che deve escludersi la configurabilità del reato per violazione dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, nel caso di installazione dell’impianto di videosorveglianza in difetto di accordo sindacale o di autorizzazione dell’ispettorato, ma in presenza di determinate condizioni. Vediamo quali sono nell’articolo di oggi. 

I fatti

Con la sentenza del 19 giugno 2019 il tribunale di Viterbo dichiarava colpevole il titolare di un’attività di commercio al dettaglio, per violazione dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, ovvero per aver installato un impianto di videosorveglianza senza aver richiesto l’accordo delle rappresentanze sindacali aziendali o l’autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro. L’imputato ricorreva quindi in cassazione, rappresentando che gli impianti video erano stati adottati a seguito del verificarsi di mancanze di merce nel magazzino (1), e che l’area ripresa era limitata alla cassa e alle scaffalature (2), al fine di tutelare il patrimonio aziendale (3). 

Un breve excursus normativo

La questione analizzata dal giudice della suprema Corte di Cassazione, riguarda la configurabilità o meno del reato per violazione della disciplina di cui all’art. 4 della L. 300/1970 (c.d. “Statuto dei Lavorati”). 

La norma in esame, come da ultimo riformata dall’art. 23 c. 1 D.lgs. 151/2016 e dall’art. 5 c. 2 D.lgs. 185/2016, dispone che: “Gli impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale e possono essere installati previo accordo collettivo stipulato dalla rappresentanza sindacale unitaria o dalle rappresentanze sindacali aziendali. […"> In mancanza di accordo, gli impianti e gli strumenti di cui al primo periodo possono essere installati previa autorizzazione della sede territoriale dell'Ispettorato nazionale del lavoro”.   

Il giudice, nell’analizzare la fondatezza del ricorso, rileva che il succedersi di norme che hanno emendato l’art. 4, non ha apportato significative modifiche alla fattispecie incriminatrice. Seppure si sia passati da una formulazione basata su un divieto assoluto, ad una fondata sulla presenza di tre specifiche condizioni (le esigenze organizzative e produttive, la sicurezza del lavoro e la tutela del patrimonio aziendale), la condotta vietata consisteva e consiste nel controllo a distanza - anche meramente potenziale - dell’attività dei lavoratori. 

Questa premessa è fondamentale perché evidenzia la rilevanza dell’analisi degli elementi costitutivi della fattispecie, ancor più considerando il fatto che la fattispecie stessa costituisce un reato di pericolo, volto principalmente a salvaguardare le possibili (potenziali) lesioni della riservatezza dei lavoratori. 

La legittimità dei controlli difensivi 

Le norme esaminate e poste a presidio della riservatezza dei lavoratori, tuttavia, non proibiscono i cosiddetti “controlli difensivi” (in tal senso rileva la nuova formulazione dell’art. 4, che al terzo comma prevede che: “Le informazioni raccolte ai sensi dei commi 1 e 2 sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d'uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli”). 

Ciò significa che il datore di lavoro può effettuare controlli diretti ad accertare comportamenti lesivi del patrimonio e dell’immagine aziendale. Questo tipo di attività esula, secondo la giurisprudenza, dall’ambito di applicazione dell’art. 4, tanto più quando i controlli sono disposti ex post, ovvero in seguito al verificarsi di un comportamento illecito. 

Il principio che legittima i controlli difensivi – principio peraltro richiamato in diverse sentenze citate dal Giudice della suprema Corte – si fonda sul presupposto che vi sia un “equo e ragionevole bilanciamento fra le disposizioni costituzionali che garantiscono il diritto alla dignità e libertà del lavoratore nell’esercizio delle sue prestazioni […">, ed il libero esercizio delle attività imprenditoriali”.

Ancora “non risponderebbe ad alcun criterio logico-sistematico garantire al lavoratore – in presenza di condizioni illecite sanzionabili penalmente o con la sanzione espulsiva – una tutela della sua “persona” maggiore di quella riconosciuta a terzi estranei all’impresa” (Sez. L civ., n. 10636 del 2017). 

I limiti all’operatività del divieto di cui all’art. 4

Considerando la disciplina dei controlli difensivi e il fondamentale istituto del bilanciamento fra i diritti e gli interessi legittimi delle parti, il giudice esclude la configurabilità del reato per violazione dell’art. 4, “quando l’impianto audiovisivo o di controllo a distanza, sebbene installato sul luogo di lavoro in difetto di accordo con le rappresentanze sindacali legittimate, o di autorizzazione dell’Ispettorato del Lavoro, sia strettamente funzionale alla tutela del patrimonio aziendale, sempre, però, che il suo utilizzo non implichi un significativo controllo sull’ordinario svolgimento dell’attività lavorativa dei dipendenti, o debba restare necessariamente “riservato” per consentire l’accertamento di gravi condotte illecite degli stessi”. 

Un’ulteriore importante condizione citata dal giudice nel caso in esame, riguarda la concreta invasività del potenziale controllo: “la previsione normativa non sembra riferibile ad impianti che possano controllare in via del tutto occasionale l’attività del singolo dipendente, come, ad esempio, potrebbero essere, almeno tendenzialmente, quelli puntati sulla cassaforte o sugli scaffali”. 

I fattori presi in considerazione del giudice e che, di fatto, limitano l’operatività del divieto di cui all’art. 4, non devono però essere interpretati in senso estensivo: una valutazione sulla concreta applicabilità della norma andrà condotta caso per caso.

Di seguito vengono riassunte le condizioni prese in considerazione nel caso in esame, per prescindere dagli obblighi di cui all’art. 4:

  • Il verificarsi di comportamenti lesivi del patrimonio e dell’immagine aziendale, ovvero la presenza di “condizioni illecite sanzionabili penalmente o con la sanzione espulsiva”, che giustifichino controlli di stampo difensivo
  • Il necessario preventivo bilanciamento fra interesse perseguito dal datore e diritti del prestatore
  • Lo scopo di tutela del patrimonio aziendale 
  • Il controllo tramite gli strumenti, che deve essere meramente occasionale / non significativo sullo svolgimento della prestazione lavorativa 
  • L’utilizzo dell’impianto, che non deve essere necessariamente “riservato” / occulto per prevenire l’illecito

La sentenza della Corte è disponibile al seguente link.

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