Una delle più vaste violazioni di dati della storia digitale che ha coinvolto 87 milioni di profili Facebook, i cui dati sono stati registrati e sfruttati per creare pubblicità mirate e politicizzate, ora coinvolge anche i cittadini europei.

È dei giorni scorsi la notizia che i dati appartenenti a circa 2,7 milioni di persone dell’UE possono essere stati impropriamente condivisi con Cambridge Analytica e tra questi ci sono 214 mila account italiani.
L’Unione europea ha definito "inaccettabile" il coinvolgimento di cittadini europei in questa vicenda e il Garante Privacy italiano ha aperto un’istruttoria ed ha chiesto ulteriori elementi per una piena valutazione del caso, convocando i vertici del social. Il 24 aprile, infatti, riceverà Stephen Deadman, a capo della divisione di riferimento in Facebook.

Il caso Cambrigde Analytica pone una questione fondamentale: che fine fanno tutti i dati che conferiamo?

Quando ci imbattiamo in applicazioni che con un click ci consentono di partecipare a dei giochi interattivi o di individuare la frase celebre che ci rappresenta di più, in realtà stiamo fornendo spontaneamente i nostri dati. La raccolta e la successiva analisi dei dati raccolti - i nostri interessi, i luoghi in cui viviamo e/o che visitiamo, ciò che facciamo - consente a chi si occupa di marketing e advertising un’accurata segmentazione dei target consumer al fine di inviare, ad esempio, delle pubblicità personalizzate.

È dunque molto importante che chi maneggia i nostri dati digitali lo faccia assicurando pieno rispetto delle normative sulla privacy e sulla gestione in sicurezza dei dati. Questo anche nella prospettiva di un apparato sanzionatorio molto più stringente in caso di violazione delle norme sulla protezione dei dati personali, previsto, a partire dal 25 maggio 2018, dal GDPR - General Data Protection Regulation.

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